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Nel cuore dell'Etiopia, i seguaci del movimento rastafari ascoltano la musica reggae, leggono la Bibbia, adorano un dio nero e pregano con gli spinelli tra le labbra.

Viaggio a Shashamane, il paradiso cantato da Bob Marley

Nel cuore dell’Etiopia, i seguaci del movimento rastafari ascoltano la musica reggae, leggono la Bibbia, adorano un dio nero e pregano con gli spinelli tra le labbra.

«Drink, smoke or sex?». Alcool, marijuana o sesso?
Le ragazze del One Love, una bettola per viandanti con stanze riservate al piano rialzato, non usano giri di parole per raccogliere le ordinazioni ai tavoli. Ondeggiano sui tacchi con sguardi ammiccanti e spariscono dentro nuvole di fumo da cui rispuntano radiose, come attrici sul palcoscenico, mettendo ben in mostra le spudorate scollature di vestiti troppo stretti e troppo colorati. «Welcome to paradise, ferengi», «Benvenuto in paradiso, straniero».

IN CERCA DI NUOVI PARADISI

Shashamane, 250 chilometri a sud della capitale Addis Abeba, è una città caotica e disinibita, piena di locali equivoci, cresciuta ai bordi della strada più trafficata d’Etiopia.
Un crocevia rumoroso ed eccentrico in cui si incrociano camionisti,
prostitute, spacciatori, contrabbandieri, turisti di passaggio.
E improbabili avventurieri in cerca di nuove emozioni. «Siamo arrivati questa mattina dalla Spagna», raccontano tre ventenni, tutti pallidi e magrissimi, seduti a un tavolo zeppo di bottiglie vuote, «domani cercheremo un bel posto per costruirci una casa e coltivare un pezzo di terra».
La musica fa vibrare i bicchieri mentre i giovani scuotono ritmicamente i grandi cespugli di capelli che portano sulla testa. «Vogliamo ricominciare una nuova vita e questo è il posto giusto per provarci», dicono all’unisono.
Un loro connazionale di ritorno dall’Etiopia, forse annebbiato dall’alcool, si è divertito a raccontargli un sacco di storie strampalate, e loro le hanno bevute con avidità e spensieratezza. «Ci ha assicurato che con dieci euro al mese possiamo vivere da signori e fumarci una canna dietro l’altra. Questa città è benedetta da Dio». E giù a ridere e tracannare birra.

UNA LUNGA STORIA…

I tre amici spagnoli sono gli ultimi arrivati di una lunga processione di giovani provenienti da ogni parte del mondo che hanno deciso di mettere radici a Shashamane. Tutti convinti spudoratamente che qui, nel cuore del Corno d’Africa tormentato da periodiche sciagure ambientali e catastrofi umanitarie, si celi davvero il paradiso terrestre. Le origini di questo pellegrinaggio affondano in una storia che parte da molto lontano.
Tutto cominciò negli anni Venti del secolo scorso in Giamaica, dall’altra parte dell’Atlantico, a diecimila chilometri dall’Etiopia. La comunità nera della grande isola caraibica era in fermento. Negli squallidi ghetti abitati dai discendenti degli schiavi africani cresceva un sentimento di ribellione contro lo sfruttamento economico e il razzismo dei bianchi. Era un moto rivoluzionario alimentato da intellettuali e attivisti politici che esaltavano la negritudine, il risveglio dell’orgoglio africano, e incitavano al ritorno dei popoli neri verso il continente natio.
I proclami anticoloniali trovavano spazio anche nelle arringhe dei pastori messianici che usavano la Bibbia per incitare i fedeli a ribellarsi all’oppressore. Il predicatore Marcus Garvey si spinse a profetizzare l’imminente avvento di un sovrano nero destinato a ricondurre a casa i figli dell’Africa sparsi nel mondo. «Quando un re africano sarà incoronato comincerà la nostra redenzione», annunciò ai seguaci di questa nuova religione sincretistica che mescolava Sacre Scritture, misticismo e rivendicazioni razziali.

IL RE DEI RE

Dieci anni dopo, la profezia sembrò avverarsi nella lontana Etiopia, il più antico Stato cristiano della storia dell’umanità, l’unico Paese africano a non avere ancora capitolato sotto i cannoni dei colonizzatori, la nazione divenuta leggendaria per avere sconfitto ad Adua nel 1896 l’esercito italiano. Nella cattedrale di Addis Abeba, il 2 novembre 1930, venne incoronato un imperatore destinato a lasciare il segno.
Si chiamava Ras Tafari Makonnen (e i ribelli giamaicani divennero, in suo onore, i «rastafariani») ma passerà alla storia col nome di Haile Selassie, che in lingua amarica significa Forza della Trinità. Quel giorno venne proclamato «Negus Neghesti, Re dei Re, Eletto di Dio, Leone della tribù di Giuda, 225° discendente del re Salomone e della regina di Saba».
La notizia e le immagini dell’incoronazione del sovrano etiope scatenarono l’entusiasmo delle comunità afrocaraibiche: Haile Selassie era il messia tanto atteso, che avrebbe spezzato le catene degli oppressori e liberato le popolazioni nere. Il negus non manifestò le sue presunte virtù ultraterrene, ma dimostrò di essere un politico astuto e spregiudicato. Il suo regno, destinato a durare quasi mezzo secolo, divenne per milioni di persone una sorta di Terra promessa.
Un sogno di libertà che verrà celebrato e reso popolare in tutto il mondo dal musicista giamaicano Bob Marley, profeta indiscusso del reggae e simbolo carismatico della cultura rastafari. «Alzatevi, ribellatevi per i vostri diritti», cantava Marley. «Ora sappiamo che Dio onnipotente è un uomo vivente».
I seguaci del movimento adoravano Haile Selassie come una divinità, al punto che l’imperatore, colpito da tanta venerazione, decise di donare loro 500 ettari nei pressi dell’odierna Shashamane. L’enclave rastafari era stata pensata per accogliere migliaia di «fratelli» della diaspora, ma la colonia non decollò. Il previsto controesodo dei neri delle Americhe verso l’Africa non avvenne; solo poche decine
di giamaicani decisero di traslocare in Etiopia, e molti di loro
furono costretti a rifare le valigie quando nel 1974 l’imperatore-dio venne spodestato da una rivolta militare, e il nuovo dittatore Menghistu nazionalizzò gran parte delle loro terre per distribuirle ai contadini locali. Tuttavia Shashamane restò nell’immaginario collettivo della comunità rasta un luogo profetico, capace di attirare come un potente magnete nuove generazioni di giovani, fino ai giorni nostri.

ETIOPIA, GIAMAICA

Oggi sono circa duecento quelli che vivono a Shashamane. In gran parte provengono dalla Giamaica. Ma ci sono anche molti africani, qualche europeo e pure una coppia di giapponesi. «Sono una comunità riservata, mantengono pochi contatti col resto della popolazione», spiega padre Paolo Marrè, missionario della Consolata a Shashamane. Lui, certo, non ha molto tempo per occuparsi dei rasta, impegnato com’è a costruire pozzi nei villaggi più isolati e assetati della regione.
«Ma una volta mi è capitato di incontrare un leader rastafari», ricorda il giovane missionario. «Fu un’esperienza grottesca. L’uomo cominciò a insultare la Chiesa e accusare noi religiosi delle peggiori cose. Era furibondo perché la missione aveva deciso di ospitare dei lebbrosi in una casa di accoglienza situata vicino alle loro terre. Lui riteneva provocatorio il nostro gesto di solidarietà perché considerava i lebbrosi degli esseri impuri, alla stregua degli animali… Fu il mio unico triste contatto coi rasta».
La tribù rastafari di Shashamane è concentrata in un quartiere periferico noto col nome di “Giamaica”. Per raggiungerlo bisogna allontanarsi dal centro abitato lungo la strada che corre verso nord; dopo un paio di chilometri compaiono delle case basse e ben curate, una schiera di graziose villette immerse nel verde. Passerebbero inosservate se non fosse per la musica reggae che deborda dalle finestre. «Da qui inizia un mondo a parte», avverte Daniel, 25 anni, la nostra guida locale, camicia hawaiana svolazzante e sandali di gomma consumati. «La comunità rasta non ama l’intrusione degli stranieri».
A chiarire il senso delle sue parole ci pensa un tale che incrociamo sulla strada. «Non siamo un’attrazione turistica e neppure animali da zoo», inveisce l’uomo, forse quarantenne, nascosto tra le ciocche arruffate dei capelli. «Voi bianchi appartenete a una razza di schiavisti e colonizzatori. Mi fate schifo. Venite qui, arroganti e pieni di soldi, e ci rubate la terra e le donne». È bastato inquadrarlo da lontano con la macchina fotografica, per farlo sbottare. Sulla maglietta lercia che indossa c’è scritto Peace and Love, ma sono parole ormai sbiadite che l’uomo non ricorda neppure che sta portando in giro. E se qualcuno gliele fa notare, lui si volta scocciato e se ne va alzando il dito medio.

L’ERBA DI PAUL

L’accoglienza migliora presentandoci ai cancelli della Bobo Shanti African House of Salvation, una delle quattro chiese attorno a cui gravita la comunità rasta di Shashamane. Veniamo ricevuti da priest Paul, la giovane guida spirituale: sguardo vivido, sorriso sincero e foulard multicolore avvolto sulle treccine. «Welcome, brother», esordisce mentre ci saluta alla maniera dei rasta, porgendo un pugno chiuso e battendo le nocche delle dita contro le nostre. «Respect! Ogni persona pura di spirito è benvenuta nella nostra casa. Siamo tutti uguali davanti a Jah (nel vocabolario rastafari è una variante del Nome divino in ebraico, ndr), Dio unico e onnipotente. Le nostre parole d’ordine sono tolleranza, nonviolenza e uguaglianza… La nostra è una spiritualità profonda, antica, che affonda le sue radici nella Bibbia».
Una setta cristiana afrocaraibica cresciuta al sole dei tropici africani? «Molto di più», chiarisce il sacerdote massaggiandosi la barba rada. «La nostra è l’unica via per la redenzione e la salvezza dell’uomo. Invochiamo il ritorno a una vita pura e semplice, come richiesto dalle Sacre Scritture. Rifiutiamo i vizi capitali di Babilonia, la società corrotta e perversa dell’uomo bianco. Condanniamo la gelosia, il rancore, l’invidia, l’avidità, lo sfruttamento. E predichiamo un sistema di valori alternativo basato sull’amore e sulla fratellanza».
Il sermone di priest Paul è un curioso mix di esegesi biblica e invocazioni mistiche e trova forse ispirazione nelle esalazioni di uno spinello traboccante di marijuana che alcuni seguaci della chiesa fumano con voracità attorno al nostro loquace interlocutore. «La ganja, come la chiamiamo noi, è l’erba santa donata da Jah, il seme della saggezza divina prescritto dall’Antico Testamento», chiarisce il predicatore. «I suoi effetti visionari fanno accrescere l’autocoscienza e aiutano a comunicare con Dio». La marijuana, che in teoria sarebbe vietata dalla legge etiopica, qui viene tollerata dalla polizia. «È come un sacramento, la nostra comunione», precisa il prete mentre viene immerso, con malcelata soddisfazione, nei sacri fumi della spiritualità rastafari.

IL COLORE DI DIO

Salutiamo il gruppo di fedeli e proseguiamo la nostra visita nei vicoli del quartiere. Scritte e vessilli della cultura rasta campeggiano sulle insegne di ristoranti, caffè e boutique, assediate da un tripudio di bandiere etiopi e giamaicane. E non c’è ragazzo che giri per strada senza una t-shirt o un pendaglio coi ritratti dei padri storici del movimento rastafari. Pare davvero di trovarsi a Kingston Town. A completare il quadro caraibico ci pensa un concerto improvvisato sulla pubblica via da due percussionisti, infervorati da uno stereo che diffonde le canzoni di Sizzla e Anthony B, le nuove star del reggae.
Tiriamo avanti e, con sorpresa, i tamburi lasciano il posto alla meditazione. All’ombra di una tettoia, sdraiati sull’erba o sprofondati nelle amache, alcuni giovani stanno ascoltando un vecchio che parla ad alta voce tenendo in pugno la Bibbia. «La pelle dell’onnipotente Jah è uguale alla nostra», spiega il predicatore appoggiato a un bastone. «Nelle Sacre Scritture c’è scritto che Dio ci ha fatti a sua immagine. E noi siamo neri». Chiedo un parere alla nostra guida.
«Dio ha la pelle nera», dice convinto Daniel, che aggiunge: «Se il figlio di un falegname può essere un Messia, allora lo può essere anche un imperatore africano».
A pochi metri dalla strada principale sorge un complesso di edifici verniciati a strisce verdi, rosse e gialle. È la sede dell’Ordine del Regno di Nyahbinghi, la più antica e popolare chiesa locale dei seguaci di Jah. All’entrata, un cartello comunica ai visitatori le regole da osservare per accedere al luogo di culto. Non è possibile introdurre alcool, droghe pesanti, sigarette e armi. Gli uomini devono togliersi il cappello. Le donne invece sono obbligate a nascondere la capigliatura e il resto del corpo; non possono indossare pantaloni e non devono visitare la chiesa durante il periodo mestruale («una settimana», viene specificato). Per tutti c’è l’obbligo di seguire i dettami religiosi in materia alimentare, in particolare «il divieto assoluto di cibarsi di carne e ogni altro genere di cibo dannoso manipolato dall’uomo».
Le facciate delle costruzioni sono coperte da vistosi murales. Lo sguardo solenne di Haile Selassie si alterna al volto radioso di Bob Marley e a quello ieratico di Marcus Garvey. Accanto a tanti ritratti si confonde un uomo che pare appena staccatosi da qualche affresco. È Papa Rocky, il patriarca della comunità rastafari di Shashamane. Ha cinquant’anni, quattro denti, due occhi vivaci e una bella barba bianca che gli incornicia il volto. Immerso in un enorme turbante giallo che raccoglie le treccine ormai ingrigite, sfoggia una grossa croce di Davide di ottone, uno dei simboli della Chiesa ortodossa etiopica.

IL SERMONE DI PAPA ROCKY

«Sono il ministro di una Chiesa che predica l’amore e l’uguaglianza tra gli uomini», esordisce. «Noi, gente di colore, abbiamo subito ogni genere di ingiustizia: la schiavitù, il colonialismo, lo sfruttamento economico. Dovremmo essere arrabbiati con voi bianchi, ma non nutriamo odio nei confronti di nessuno. Perché Dio, Jah, ci ha donato la pace interiore e con quella viviamo». Al sacerdote piace parlare, ma dopo mezz’ora di predica il volto dei visitatori si fa insofferente. E allora lui, irritato, attacca: «Voi europei siete sempre di fretta. Questo è il vostro problema. Volete capire tutto in pochi minuti e pensate di poter comprare ogni cosa col denaro». Le parole del prete rasta si addolciscono, mentre ci mostra un fabbricato in costruzione.
«Vogliamo realizzare una mensa per i bambini poveri della nostra comunità. Ora il cantiere è fermo per mancanza di soldi. Forse potete aiutarci pubblicando un appello sul vostro giornale».
Salutiamo e facciamo ritorno al centro di Shashamane. Alla sera le ragazze del One Love sono ancora lì nei loro abiti succinti, ma dei giovani spagnoli non c’è più traccia. «Saranno da qualche parte a fumarsi il cervello come tutti i loro simili», dice sprezzante il barista. «Io so poco del messaggio rastafari, vedo solo degli sfaticati che passano il tempo a bighellonare e divertirsi mentre noi ci facciamo in quattro per sopravvivere». Nel locale è sparito pure Bob Marley, gli altoparlanti ora diffondono la musica gracchiante della radio nazionale etiopica. «Questi rasta non mi piacciono affatto, qui nessuno li ama. Si sentono un popolo eletto ma la gente del posto li considera degli ipocriti opportunisti. Venerano un monarca spietato che ha ucciso i suoi oppositori e ridotto alla fame milioni di persone. Dovrebbero vergognarsi. L’Etiopia è un Paese pieno di problemi e i rasta non fanno nulla per migliorare le cose. Vogliono la Terra promessa? La cerchino da un’altra parte».
Goodbye paradise, ferengi.

LA BIBBIA SECONDO I RASTA

È curioso. Molti rasta guardano con sospetto alla Bibbia, ritenendola un libro distorto, manipolato dai bianchi per legittimare l’idea della propria superiorità razziale. Ciononostante, citano in continuazione la Sacra Scrittura, usando la versione ufficiale della Chiesa anglicana, al fine di giustificare alcune usanze e dare fondamento alle proprie convinzioni. Menzionano il versetto 5,3-5 dell’Apocalisse («Non piangere più; ecco, ha vinto il Leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide; egli dunque aprirà il libro e i suoi sette sigilli») per raccontare la vita di Hailé Selassiè; il Salmo 67/68,32 («Verranno i grandi dall’Egitto, l’Etiopia tenderà le mani a Dio») per individuare la Terra promessa nell’Africa; Geremia 8,21 («Per la ferita della figlia del mio popolo sono affranto, sono costernato, l’orrore mi ha preso») per sostenere l’esistenza di un Dio «nero» («costernato» viene reso con black nella Bibbia inglese). I rasta ricorrono alla Bibbia per giustificare la propria riluttanza a tagliarsi i capelli: «Per tutto il tempo del suo voto di nazireato, il rasoio non passerà sul suo capo», c’è scritto in Numeri 6,5. E Levitico 21,5 dice testualmente: «I sacerdoti non si faranno tonsure sul capo, né si raderanno ai lati la barba». Anche quando si tratta di consacrare l’uso della marijuana, i rasta hanno sempre una citazione pronta, tratta dalla Genesi, dal Deuteronomio, da Isaia, dai Proverbi. Oppure dai Salmi: «Fai crescere il fieno per gli armenti e l’erba al servizio dell’uomo» (103/104,14); «Dalle sue narici saliva fumo, dalla sua bocca un fuoco divorante» (17/18,9): un passaggio – quest’ultimo – che proverebbe il fatto che Dio fumava la ganja.

fonte:  www.reportafrica.it

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