Il web insorge contro la sentenza che ha imbavagliato Ruta
di Luigi Ruffolo (Prostata)

26 Settembre 2008

I giornalisti, e oggi forse anche alcuni blogger “d’eccezione”, sono considerati i cani di guardia della democrazia. Ma abbaiare contro gli aspetti meno profumati del sistema si fa sempre più difficile, anche per decisioni assurde come quella del giudice Di Marco. La blogosfera, se non altro, non sta a guardare.

Il partito pirata proprio non riesce (giustamente) a darsi pace. Il noto e apprezzato sito di inchieste e documentazione storica e sociale Accade in Sicilia è stato brutalmente e inspiegabilmente assassinato da una sentenza senza precedenti follemente ignorante e liberticida; e lo storico Carlo Ruta, reo forse di credere troppo nella propria attività di ricerca e divulgazione, condannato penalmente per “stampa clandestina” (!) e costretto a corrispondere un’odiosa pena pecuniaria. Il fattaccio è avvenuto presso il tribunale di Modica a opera del magico duo Agostino Fera (magistrato autore della denuncia) e Patricia Di Marco (giudice che ha emesso la sentenza). Subito, accanto a una pratica iniziativa di sostegno economico - i quasi centomila euro della condanna non sono bruscolini - con donazione sicura tramite Paypal, è scattata l’ovvia e travolgente petizione, oltreché una provocatoria denunzia presso il tribunale di Rovereto avente come bersaglio noti politici (Follini, Gentiloni, Storace, Di Pietro, ecc.) rei di aver commesso lo stesso, orribile reato di Ruta. Ovvero aprire e nutrire un blog.

REATO DI STAMPA CLANDESTINA? EEEEEEH? - “Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall’art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000. La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell’editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero“. Così recita l’art. 16 dell’obsoleta legge n. 47 dell’8 Febbraio 1948, “Disposizioni sulla stampa”. Dal 1948 al 2001, anno dell’entrata in vigore della legge Amato sull’editoria (n. 62 del 7 marzo 2001), il termine stampa è stato considerato sinonimo di “stampa su carta“. Tuttavia, questo testo più recente ha lasciato (come talune cassandre avevano previsto) un margine di ambiguità un po’ troppo ampio, in quanto la vecchia legge del ‘48 veniva espressamente dichiarata applicabile anche ai prodotti editoriali telematici. Raccapricciante è ovviamente il fatto che qualsiasi blog, qualsiasi manifestazione internettiana di pensiero più o meno libero, più o meno (in)utile, più o meno sagace potrebbe (anzi, dovrebbe, a questo punto) a rigor di logica essere equiparata - non si scappa - ad Accade in Sicilia. E quindi censurata. Se sprovvista di bollino di Chiquita regolamentare. Insomma, per rendere pubblico il proprio pensiero bisognerebbe quantomeno iscriversi all’albo dei giornalisti, e magari pure alla Sezione per la stampa del Tribunale, o al ROC, il Registro degli operatori della comunicazione.

BLOGGER DALLA ZUCCA DURA (UN PO’ COME ZINEDINE, INSOMMA…) - Encomiabile la reazione degli amicici ellenici, che protestano insistentemente contro l’ambasciata nostrana in quel Atene, e quella dei sessanta storici firmatari di un appello in cui viene sottolineata l’importanza del contributo di Ruta ad aumentare il pluralismo dell’offerta informativa, specie in una materia delicata come i rapporti tra mafia, politica e affari. Da apprezzare anche di Di Pietro, secondo il quale il blog, ovviamente, non è paragonabile a una testata giornalistica straorganizzata e avente fine di lucro, ma è la semplice evoluzione dell’antica piazzetta nella quale lo sciroccato di turno cercava disperatamente di affermare la propria esistenza in vita, urlando ai concittadini indifferenti le proprie balzane teorie sull’universo, il Tutto, ecc. Un po’ in imbarazzo, l’ex magistrato, nel tentativo improbabile di difendere Giulietti (ora nella fila dell’IdV), un ometto che nel 2001 aveva così risposto, piccato, alle insinuazioni di alcuni: “La legge sull’editoria non ha mai avuto tra i suoi obiettivi quello di imbrigliare le attività editoriali sulla rete. Sono quindi falsi gli allarmi e le preoccupazioni diffusi in tal senso“. E che oggi, discendendo dal tradizionale pero, si è tramutato in uno dei più aureolati sostenitori della causa di Ruta.

INCERTEZZA DEL DIRITTO IS DE UEI - Umberto Santino, presidente del Centro Impastato di Parlermo e altro “perseguitato” dalla giustizia italiana, naturalmente non fa mancare la sua solidarietà, invocando una maggiore tutela nell’ambito della libertà di stampa e di ricerca nella lotta alla mafia, visto anche il pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo contro lo Stato italiano (reo di non riconoscere al politologo Claudio Riolo, condannato in Cassazione, l’esercizio del diritto di critica). “Un’ingerenza sproporzionata nel diritto di libertà di espressione” è stata definita a Strasburgo quella nei confronti di Riolto, colpevole di aver criticato un po’ troppo aspramente il presidente forzista della provincia di Palermo, Francesco Musotto. Sono molti poi i semplici e solitari blogger che si appellano all’art. 21 della Costituzione, insinuando il sospetto che esso sia completamente sconosciuto alla Di Marco (Paolo Fior per esempio le scrive un’accorata e un po’ strappalacrime missiva). In una democrazia sana, si sa, la certezza del diritto, se non tutto, è parecchio. Troppo facile - e pericoloso - liquidare una sentenza così come semplice, grossolano errore destinato a rimanere isolato. Le motivazioni fornite dal tribunale di Modica appaiono contraddittorie in quanto l’attività blogghereccia di Ruta viene considerata amatoriale e avente fini commerciali allo stesso tempo. Inoltre, per quanto riguarda il ritmo e la periodicità degli aggiornamenti, resta avvolto nell’oscurità e nel mistero il confine oltre il quale si rischia che il proprio bloggare venga considerato da qualche giudice (mentalmente ottocentesco e a digiuno di internet e tecnologia) come un intollerabile atto criminoso.

SPAMPINATO E IMPASTATO - C’è chi, come Procopio (che in aggiunta “chiude” anche per sciopero insieme soprattutto ad altri blogger della piattaforma Tiscali), tramite i suoi sberleffi poetici, lascia intuire che l’”errore” non starebbe tanto nell’eccessiva frequenza del bloggaggio, piuttosto nell’aver cominciato a pestare piedi un po’ troppo potenti. “‘Ma signor giudice, io me so’ ‘nformato / e ho cercato de fa’ conosce i fatti / perché hanno ucciso Giovanni Spampinato / che indagava su truffe e su ricatti…’ ‘Ma quali truffe, fatti e fatterelli… / Mo m’hai scocciato e te lo dico chiaro / scrivi, se vuoi, di scippi e furtarelli / nun ce provà ndove ce sta er danaro“. O chi, come Enrico Natoli, semplicemente e direttamente si fa domande (retoriche, purtroppo): “Qualche tempo fa Carlo Ruta scrisse una lettera nella quale mi chiedeva per il suo sito un parere sulla vicenda Spampinato. Io - che non sono un esperto - non ne sapevo molto, e il poco che sapevo lo avevo letto (distrattamente, lo ammetto senza remore) proprio nel sito gestito da Carlo Ruta. Ebbi una reazione simile a quella che provai la prima volta che qualcuno mi raccontò la storia di Peppino Impastato: com’è possibile che in Italia non conosciamo, a livello collettivo, storie come quella di Spampinato?“

NON È IL TROPPO BLOGGARE CHE INFASTIDISCE, MA… - Oltre al giovane giornalista assassinato, anche l’aver trattato temi scomodi quali i nessi fra Danilo Coppola e i salotti della finanza nazionale, le tangenti miliardarie nell’est della Sicilia, l’essersi occupato di mafie militari, di bande che spadroneggiavano nel gelese e nel siracusano, e l’aver “scomodato” alcune potenti banche, dall’Antonveneta del nord-est alla BAPR, potrebbe aver contribuito a questo secondo oscuramento (il primo risale al dicembre del 2004, con annessa condanna a otto mesi, per aver ospitato un intervento di un ex funzionario pubblico di Ragusa), come racconta lo stesso Ruta in una recente intervista. Evidentemente, la pur potente arma della querela per diffamazione (”va considerato che il giornalista d’inchiesta, una volta rinviato a giudizio, non sempre può difendersi in modo pieno. Il vincolo della riservatezza della fonte, cui non può sottrarsi, può impedirgli infatti di esibire per intero gli elementi in suo possesso“, dice lo storico) non era più sufficiente?