Ganja canapina, Tantra India ravviva

(a Marzia Geeti Giallino e alla nuda regina delle biomasse)



Navigando in mari, di canape incontrai

Scogli e puer secche, derive con pantani

Anche pure acque, spiagge mai sfiorate

Atolli ben dorati, e cime alte profumate



Luoghi in meditazio, dono sempre nuovo

t’ho amato t’amerò ancor mia donna Ganja

Sei forte e sei robusta, e sai esser delicata

Preziosa spiritosa, esigenza mia appagata



Di te posso vestirmi, senza alcun pudore

Evitando inquinamento, di chimico scolore

Rispetti nostro mondo, crogiolo dei venturi

Supporti miei pensieri, su te li scrivo puri



Senz’alberi tagliare, montagne disboscare

Le cui lacrime e ferite, sol Flora sa curare

E diventano alluvioni, sulle città d’umani

Che van dimenticando, don delle tue mani



Chiusi nelle gabbie, ferriate e trasparenti

Illusi di sapienza, e vigor obsolescenza

Privi di speranza, e incapaci di odoràr

I sogni potenziali, che flora sa ispiràr



Io con te mi curo, e il verde riverisco

Quella tua esplosione, di gioia primaver

I tuoi vitali cicli, scandiscono mio tempo

Armonizzando fasi, di crescita evolvendo



Dell’essere del mondo, esser tutto sempre

In ogni luog’istante tua massa è riscaldante

Di te posso nutrirmi, lavarmi e pur vestirmi

In te nulla mi manca, Io salpo miei navigli



Poi apro le tue vele, e con coraggio parto

Inizio questo viaggio, te prima propiziando

Sette fasci di canne, danno due lenzuola

Sacchi e bisacce, e vestiti per scuola



Canapa in dote, per preparar lenzuola

Tovaglie canovacci, tessute a man telaio

Il Torcolo di Onano, uno stretto arrotolare

Pria stender asciugare, attorcere pressare



Scomparsa è nella Tuscia, la canapicoltura

Ma ancor resiste l’uso, di canovaccio d’uso

Per domestici servizi, e far teli pannaroni

Resiston in campagna, a usur e pisciatoni



Di logore lenzuola, ne fanno riciclaggio

Morbide per fasce, interne per neonati

Posta fra le gambe, previene rossamenti

comunità a ospedali, dona sen commenti



Filàn con rocca e fuso, donne nei cortili

Il filo vien bagnato, costante con saliva

Filare è un allusione, a lento consumare

Il fato delle Parche, è vita sconocchiare

[19]

Ogni madre e moglie fila, tesse identità

lascive tessitrici, tra Elleni come Atzechi

mentre presso Maya, presiede gestazione

Dea tessitrice che, fa la sessual lezione



Seminan pianta, fine marzo inizi aprile

Mietitur, appozzatura, macerazio in 8 dì

Di fasci accatastati, sott’acqua trattenuti

Sassi a separare, corteccia e fusti nudi

[20]

Donna trasforma, lana canapa e lino

Informe naturale, in biondo canepino

Con telai fai-da-te, e motivi culturale

Or in monopoli, minaccian annegare



Ganja naga dà, legger rilassamento

Leggera euforia, come ogni caffeina

Inibenti depressivi, alcooli e barbituri

Abbassano la veglia, degli ansiosi puri

[21]

Il Tantrismo riunisce l'uso cerimoniale della Cannabis e, l'impiego consapevole dei "veleni" con lo yoga sessuale in un sistema completo di pratiche per il raggiungimento del nirvana.



In India e Nepal, la Ganja svolge ruolo

Religioso in pieno, dai tempi di antenati

Si mescola a dottrine, pratiche montane

Scuole Shiva Devi, e miscele tibetane

[22]



nei regni Bengalesi, culmine raggiunse

così in Himalayani, in periodi medievali

Mahanirvana Tantra, nei suoi versi narra

Ciò che è praticato, negli indiani sabba



"Ciò che si riceve, accorda alla natura del ricevente”. Il lettore di un qualsiasi testo tantrico aperto, riceverà ciò che è in accordo con la propria natura. Sciamani, tantrici ed altri, passati per lunghi processi preparatori, possono trovare utile ciò hanno e per hanno lavorato. Quelli non sottoposti alla loro preparazione, al contrario, faranno solo l'esperienza di un caos di immagini confuse, senza valore oppure, di qualche forma di disturbo psichico: In uno dei dipinti di Aleister Crowley, sta un albero morto, da un ramo è sospeso, per il collo un cadavere, simbolo della transizione da uno stato di coscienza all’altro; dietro l'albero fa capolino un folletto a guardia di 2 Amanite, ha i lineamenti di C.G.Jones, farmacologo che introdusse Crowley alla Golden Dawn.

[23]

È yoga del sesso, varietà del sâdhana

Una via che conduce, kundalin risvegliata

Un sesso iniziatico, ne stimola il diletto

A livello pancatattva, Dioniso è diretto

[24]

È l’esperien raggiunta, con aiuti esterni

Bevande decisive, più donne saktizzate

Il rituale si realizza, in sabba dentro Te

Quan donna kundalini, appare là da Sé



Bevanda-veleno, si origina da evento

Frullamen del mare, primordial di latte

Avendo Dei perduta, l’immortal Amrita

alleano con gli asura, per estrarla viva



Lavorano all'impresa, fino a mille anni

Frullando il mare-latte, emersero entità

Dea del loto e vino, Surya e Danvantari

Medico del cielo, che amrita reca in vasi



Dal frullamento emerse, pur veleno blu

E coi fumi suoi potenti, ferma l'universo

Dio Siva allora tenne, veleno nella gola

Che divenne blu, così ci appar tutt’ora



I demoni cercaron, tenere a se l'amrita

Origina battaglia, che i Deva fanno vinta

Nel tantra tale amrita, dell'Oceano Latte

Bevàn della vittoria, è vijaya ganja mate

[25]

Lo yoga originale, include l'uso droghe

Per acquisir la brami, benzina delle siddhi

Nel testo Patanjali, l’ottengono più modi

La nascita e piante, mantra e psichi vuoti

[26]



La pratica tantrica è difficile e pericolosa poiché prevede la rottura di profondi tabù, quali consumare carne, bere vino e l'incesto, e utilizza cinque elementi essenziali come mezzi di liberazione cinque (pancamakâra) sostanze da usare in relazione ai 5 elementi: partecipazione della donna (maithuna, etere); vino o altro inebriante (madya, aria); carne (mamsa,fuoco); pesce (matsya,acqua); cereal (mudrâ, terra). Quando impiegati realmente, si parla di "pratica della mano sinistra". Quando impiegati simbolicamente o surrogati (latte al posto del vino, ecc.), si parla di "pratica della mano destra”. [27]

Il praticante della "mano sinistra" è detto vira, eroe. Le sue cerimonie iniziano a mezzanotte o prima della sera. Nella seconda metà della notte, il sadhaka si sveglia, siede sul letto e inizia a meditare sul suo guru nella sua mente. Segue un insieme di procedure preparatorie, fra cui il lavaggio rituale del corpo, che hanno scopo di concentrare il pensiero e focalizzare le energie del sadhaka per il rito seguente.

Il prossimo passo è di consacrare alla Dea,

il frullato di latte di cannabis, pozione vijaya che gli adepti san prepare. A volte una piccola palla di bhang inumidito nel latte o acqua; nell'India contemporanea è un delizioso frullato di latte di cannabis, saporito con semi di papavero, mandorle, cardamomo e spezie.



Nella scena indiana l'adorante deve superare enormi inibizioni culturali e l'uso del bhang è un disinibitore che agisce come intensificatore sui sensi e la consapevolezza, quan l'adorante sviluppa, sotto suo effetto, con riti selezionati, la consacrazione dei cinque "M". L'intera cerimonia può essere svolta senza la Cannabis, ma sarebbe altro rito, forse della mano destra o simbolica, come svolgere una cerimonia del peyote senza peyote. Senza il suo impiego nell’una o nell’altra forma il culto della Sakti è impossibile. Esso impiega bevande inebrianti e sesso a fini iniziatico-estatici ed è attestato anche in varietà tantriche del vishnuismo.



Il rituale mira a sacralizzare le funzioni naturali della nutrizione e del sesso. Il rito deve incidere su questa stessa esistenza, in forma concreta. Tutto ciò che il pacu, l’uomo animalesco, compie nella forma del bisogno e desiderio, dal vira deve essere vissuto con animo ampio e liberato, nel senso di un rito e offerta a sfondo cosmico. La ritualizzazione della vita è caratteristica di ogni tradizione. L’Occidente conobbe le epulae romane (pasti sacrali) fino a tempi tardi, riflesso della concezione d’incontro fra uomini e dèi.

Mentre anche nel cristianesimo si dice:

«Mangia e bevi in gloria di Dio»,



L’impiego sacro delle bevande inebrianti è antichissimo e attestato: soma-haoma iranico, vino dionisiaco (che nella mistica persiana da ebbrezza reale ed astrale) e orgia mistèrica. Nel tantrismo il vino è chiamato acqua causale, kâranavâri e acqua di sapienza, jnânâmrta. La forma (rûpa) del Brahman è chiusa nel corpo. Il vino può rivelarla, così gli yogî lo usano. Coloro che usano il vino per proprio piacere, anziché per la conoscenza del Brahman (Brahmâ-jnâna), rischiano la perdizione. In tal sostanze, sta la forma liquida di Çakti stessa, (letter.: la salvatrice liquida), colei che salva; in tale forma è datrice di liberazione, fruizione e brucia ogni colpa. Il vino è sempre bevuto da coloro che hanno conosciuto l’ultima liberazione , da coloro che sono divenuti adepti e si sforzano di divenirlo.



“Avendo bevuto e poi di nuovo bevuto,

essendo caduti per terra ed essendosi rialzati per bere ancora, si raggiunge la liberazione”.



Come in tanti altri casi, la frase è polivalente e include un’interpretazione astrale e concreta: portarsi fino a un limite, riaffermarsi e andare oltre di là da ogni collasso, mantenendo la coscienza e la direzione dell’esperienza.



Il sadhaka prende una ciotola di vijaya e la colloca sulle "fondamenta", il triangolo equilatero disegnato di fronte a lui sul terreno o pavimento come mandala protettivo. Per purificare la droga e consacrarla alla sua divinità prescelta (Kali), recita il seguente mantra-icaro per la consacrazione del vijaya:



OM, HRIM, AMRITE, AMRITODBHAVE AMRITA-VARSHINI AMRITAM AKARSHAYA-KARSHAYA: SIDDHIM DEHI: KALIKAM ME VASHAM-ANAYA: SVAHA.

OM è la sillaba-germinale per il chakra in cima alla testa; HRIM è il maya-vija dellla dea e tentatrice shakti, sillaba dell'universo illusorio. AMRITA è il nettare degli dei, lo stesso vijaya; SIDDHI è il potere occulto, il frullato di latte di Cannabis; SVAHA è la frase di chiusura di tal tipo di mantra, "così sia". Il mantra significa:



"OM, HRIM, Nettare Immortale, che si erge dal nettare, che riversa nettare, attrai nettare ancora e ancora; conferisci su di me potere magico; porta Kali nel mio potere; così sia".



Ripetendo in silenzio il suo mantra per sette volte, il sadhaka esegue poi gesti specifici (mudras) sopra alla ciotola di vijaya: vacca, yoni, chiamata o invocazione, del benvenuto, fissazione di qualcosa nel luogo, il mudra che mette la santità in una seduta, dell'ostruzione che respinge le forze demoniche e il mudra del confronto che porta l'adorante e il vijaya faccia a faccia con la divinità. Tali gesti magici portano il potere della Dea nella Cannabis. Il sadhaka medita sul guru nel loto dai mille petali in cima alla sua testa con il mantra: "AING, Oh Signore della Beatitudine, offro questa libagione al piedistallo del guru, obbedienza a lui". solleva la ciotola di vijaya di fronte alla testa per offrire nel suo cuore il bhang a Devi; e di nuovo solleva la ciotola cantando il mantra alla dea della parola, Sarasvati: "AING, parla, parla, O orante della parola. Tu che porti tutta la verità sotto controllo, rimani sempre sulla punta della mia lingua". Quindi beve il vijaya dalla ciotola.

Con l'ultimo mantra l'adorante trae l'energia della Kundalini, dea in forma di serpente (avvolto nel centro più basso del corpo), verso il regno di Sarasvati, la punta della sua lingua, per ricevere l'offerta di vijaya. Bevendo il frullato di latte egli lo sacrifica alla dea, nel ricettacolo yoni da cui è venuto.



Bevuto il vijaya si inchina al guru, ponendo i palmi piegati sopra all'orecchio sinistro; quindi a Ganesha, palmi piegati sull'orecchio destro; infine all'Eterna Dea Primeva, palmi nel mezzo della fronte. Ciò conclude la consacrazione e l'offerta della Cannabis alla Dea e il sadhaka sistema gli articoli dell'adorazione (latte, fiori, ecc.) alla sua destra e gli articoli tantrici (vino, ecc.) alla sua sinistra, purificandoli con spruzzi di acqua e mantra appropriati. Poi "recinta i punti cardinali" proteggendo l'area con gesti e canti in modo tale che nessuna ostruzione possa introdursi.

Ora svolge un rito chiamato Bhuta-shuddhi,

la pulizia degli elementi di cui il corpo è costituito (bhuta). Questo è una rapida salita immaginaria, mentale, della forza della Kundalini dentro se stesso, guidandola progressivamente in alto, verso i centri di energia del corpo, dissolve gli elementi di ogni chakra verso il successivo centro di energia superiore.

Quando la Cannabis è assunta oralmente in alte dosi, impiega circa un'ora prima che i suoi effetti siano completamente percepiti. Il rito mentale del Bhuta-shuddhi aiuta, allora, nella salita degli effetti e viceversa: bere bhang facilita la meditazione.

Il sadhaka non ha mangiato per 24 ore prima della cerimonia, e la "immagine del peccato”, nell'addome, riferisce ai borbottii interni che spesso si presentano quando uno ha mangiato una gran quantità di bhang a stomaco vuoto.

Il sadhaka inizia a percepirne gli effetti, e i riti purificatori (Nyasa), sono ora comprensibili: mettere le punta delle dita e il palmo della mano su diverse parti del corpo per infonderle di vita divina.



La seconda parte del rito consiste nella formazione del chakra o cerchio degli adoranti maschio e femmina, i Shiva e le Shakti, ciascuna donna alla sinistra del suo partner maschile. Viene adorato il luogo e il circolo, dopo di che vengono consacrati i cinque "M". I vassoi contenenti vino, pesce, carne e cereale sono purificati e posti nel centro del cerchio alla portata dei partecipanti.

Le coppie formano un cerchio al centro del quale si trova il signor del circolo (cakrecvara) con la sua compagna. Mentre le donne dei partecipanti sono discinte, quel del cakrecvara è interamente nuda. ogni donna risponde alla Çakti, così la donna nuda è immagine della Çakti libera, allo stato elementare.

Il capo cerimonia e la sua shakti al centro, rappresentano la coppia divina paradigmatica nel centro del chakra superiore della testa in ogni partecipante

Gli ingredienti dell'adorazione sono meditati e consumati uno per uno, con il potere divino invocato in essi con cerimonie simili alla consacrazione del bhang. Quando il sadhaka porta il vino alle labbra ripete il rito già visto con la bevuta del vijaya: porta mentalmente l'energia della Kundalini sino alla punta della lingua e offre la libagione alla Dea in tal luogo. Nello stato di esaltazione indotto dal bhang e dai riti di concentrazione, il vira si vede unito all'oggetto dell'adorazione, diventa la stessa divinità mediatrice. Il sadhaka è mero veicolo mediante il quale la dea (nel vino, ad esempio) riunisce con la dea Kundalini in se medesimo. Questo è il senso tantrico in cui sacrificare vino, pesce, carne o cereale alla Dea, è mangiarli. Questo rituale è ripetuto per la consumazione dei sacramenti tantrici.



Così con maithuna, copulazione rituale.

Se la donna partner è una sadhaki, è passata attraverso le purificazioni preparatorie svolte dall'uomo. Altrimenti, va preparata con certe procedure: il sadhaka le fa il bagno, scioglie e pettina i suoi capelli, l'adorna con profumi e la fa sedere su un letto o divano purificato. Egli svolge dei Nyasa sul corpo di lei, toccandole la fronte, gli occhi, le narici, la bocca, le braccia e le cosce, mentre pronuncia le lettere sanscrite. Se ella non ha mai partecipato ai cinque "M", egli si ciba della noce di betel di lei, tocca il suo pube per un istante ed emette la più intima sillabe-germinale della Dea, AING, per un centinaio di volte. Durante l'atto sessuale l'adorante recita questo verso: "OM, Tu Dea risplendente per l'offerta del dharma e del non-dharma, nel fuoco del se, usando la mente come mestolo sacrificale, lungo la via del sushumma, io che sto ingaggiando nel bardare gli organi di senso, costantemente offro questa oblazione".

Meditando continuamente sull'unicità di Shiva e Shakti e ripetendo (mentalmente) le lettere dell'alfabeto, sadhaka continua e alla fine "abbandona il suo sperma" con il mantra:

"OM, con luce ed etere come le mie due mani, io, esultante, faccio affidamento sul mestolo, io, che prendo dharma e non-dharma come ingredienti sacrificali, offro (questa oblazione) amorevolmente nel fuoco, Svaha".



I testi differiscono sul fatto se l'uomo debba abbandonare il suo sperma. I Buddisti istruiscono l'adorante a trattenerlo, mentre alcuni testi induisti richiedono la eiaculazione. Ciò dipende in parte dalla via che il sadhaka segue e dalla sua capacità yogica. Il punto, in entrambi i casi, è di prolungare il rapporto il più possibile (recitazione continua di sillabe) per costruire la tremenda energia sessuale così generata sino a che la coppia è circondata da un'aurea infuocata, un "venire" molto prolungato e non specificatamente genitale, un senso di unità divina. Sprizzano scintille per ore, in questa danza cosmica, il cervello si scioglie e viene esperienziata la liberazione.



La concezione del sacrum sessuale, è propria a molte civiltà tradizionali. Nelle Upanishad l’unione sessuale viene assimilata a un azione sacrificale: la donna e la sua vagina, sono il fuoco in cui si sacrifica, e sono date formule per ritualizzare l’amplesso cosciente, non lascivo, tra uomo e donna come Cielo a Terra.



Il rituale può avere un carattere collettivo, quindi l’aspetto di un’«orgia». Eseguito in un circolo o catena (cakra) di praticanti, anche dei due sessi, dove l’associazione dell’uso del vino col sesso è possibile. Tuttavia, gli aspetti sfrenati evocati dalla parola «orgia» appaiono contemperati dalla presenza di strutture rituali.

Non importa la sostanza da cui la bevanda inebriante è ricavata (il vino indiano non è di uva), condizione essenziale è che sia purificata e abbia l’effetto previsto. Bere vino non purificato è come bere un veleno, abbrutisce e non dà risultati poiché la divinità che vi risiede non viene propiziata.

La purificazione comprende un procedimento contemplativo e rituale, inteso a condurre ad uno stato dove l’uso della bevanda propizia contatti ed agisce in modo estatico. Processo di transustanziazione nel quale interviene l’immaginazione magica e sono usati mantra.

L’operazione preliminare di purificazione ha carattere collettivo, compiuta in circolo sotto la guida del cakrecvara, che si pone al centro di esso ed ha davanti gli elementi da purificare.

Il cakrecvara pronuncia la formula dell’identità del sacrificante, del sacrificio e di colui a cui si sacrifica. Dopo di che, segna per terra alla sua sinistra in rosso vivo un simbolo grafico (due triangoli intrecciati, dio e dea, con al centro un circolo o un triangolo rovesciato, simboli del vuoto che sta di là della diade, è trascendenza. Sull’esagramma viene posato uno vaso rituale contenente la bevanda. Cakrecvara evoca poi la presenza della dea con varie formule rituali.



Il recipiente è velato con un velo, a significare che la bevanda materiale copre Dea dormente nella bevanda (Devî Sudhâ), poi è rimosso, e il vino contenuto nella giara diviene soma. La dea è invocata come amrita (ambrosia, senza morte), e la purificazione si completa con la rimozione della maledizione che pesa su bevande simili, rituale neutralizzazione degli effetti negativi che tali bevande posson avere.

Infine, il Cakrecvara pensa che il dio e la dea si congiungano nella bevanda inebriante e che questa si satura dell’elemento vitale generato da tale congiungimento. Così vengono realizzate le condizioni interiori e sottili a che il rito con la bevanda inebriante possa agire nel senso voluto. Compiuto in un circolo o catena, l’efficacia del rito è accresciuta dal vortice alimentato dalle coppie che circondano il cakrecvara, le quali evocano le stesse immagini e compiono gli stessi atti spirituali. Viene detto che solo chi è iniziato beve la bevanda inebriante e che solo chi ha ricevuto una piena iniziazione può fungere da signor del circolo, dirigere il rito e distribuire la bevanda. Il circolo assumer il carattere di una catena divina. Sono «qualificati a farvi parte solo coloro che hanno cuore puro, non toccati dal mondo esterno, coloro che: “possedendo la conoscenza di ciò che è reale, considerano questa esistenza, sia negli aspetti mutevoli che in quelli immutabili, come una sola cosa col Brahman”.



Dopo l’uso delle sostanze inebrianti ecco l’uso del sesso (etere) che nel pancatattva occupa il posto più alto. Nella prassi si distinguono più livelli. pratiche di tipo stregonico, come, ad esempio, riti nei quali l’uomo, per conseguire certi poteri, cerca di captare alcune entità femminili, fascinandole e assoggettandole, a mezzo incantamenti, nella persona di una donna reale e possedendo questa donna in un luogo selvaggio, foresta o cimitero.

La struttura di queste pratiche tiene analogia con le pratiche sessuali a fondo iniziatico, ma in selvaggia decondizionalizzazione dell’essere. Con la promiscuità e momentanea rimozione di ogni limite e la rievocazione orgiastica del caos primordiale, certe forme oscure di estasi sono propiziate. In alcune cerimonie collettive orgiastiche del tantrismo viene in rilievo una spersonalizzazione e una completa rimozione di ogni interdizione. Infatti, oltre alle orge nelle quali ogni uomo sceglie la donna con cui unirsi, ve ne sarebbero altre in cui deve essere il caso a decidere quale sarà la donna di ogni partecipante. Le donne mettono in un mucchio i loro corpetti, ogni uomo ne prende uno dal mucchio e la sua compagna sessuale sarà la donna a cui corrisponde: che essa, eventualmente, risulti essere la propria figlia o la propria sorella non muta la regola; soltanto questa donna potrà venire usata. La norma, di usare soltanto la propria moglie, formulata per i gradi inferiori, è revocata nel caso del vîra: questi può avere rapporto con qualsiasi donna. È considerato il matrimonio di Dioniso-Siva (dio che protegge tutto ciò che esce da regole). Si tratta di una unione temporanea, sebbene rinnovabile, con giovane da usare nel cakra, presa con sé senza un rito matrimoniale indù. I pacu sono esclusi, qualunque sia la casta a cui appartengono.

Nella cerimonia orgiastica, si forma un clima magico-estatico collettivo e un vortice fluidico che ha centro nella coppia in mezzo al circolo. Se il fine è spirituale, per le stesse cerimonie collettive orgiastiche sessuali del pancatattva,[28] il quadro è lo stesso di quello dell’amplesso di una singola coppia. Ogni uomo incarna Siva o purusha, ogni donna Sakti o prakrti. Nel rito, l’uomo si identifica con l’un principio, la donna con l’altro. La loro unione riproduce la coppia;



I due principî, sivaico-maschile e saktico-femminile, che nel mondo manifestato e condizionato appaiono separati secondo la dualità, nell’ istante dell’orgasmo sessuale ricongiungono evocando Siva androgino, l’unità

del Principio.

Nell’ermetismo alchemico e detto: «Beati gli Atteoni che possono vedere la Diana nuda senza perire» Diana invulnerabile e mortale.



Dal punto di vista dell’esperienza, l’unione sessuale avrebbe un potere liberatore, sospenderebbe la legge della dualità, per un istante produrrebbe un apertura estatica, di là dalla coscienza individuale e samsârica.

Uomo e donna, momentaneamente identici ai loro principi ontologici, Siva e Devî, presenti nel loro essere e corpo, nella simultaneità dell’ebrezza, dell’orgasmo e del rapimento che nell’amplesso unisce i due esseri, così da suscitare lo stato di «identità (samatâ) e di trascendenza (sahaja), in forma di piacere trasfigurato, presentimento della sambhodi (illuminaz.assoluta) e sahaja, l’incondizionato.



Oltre a sakti, la giovane donna che partecipa al pancatattva e a riti analoghi viene chiamata ratî (principio di rasa, rapimento e orgasmo). La tradizion indù associa il principio d’ebrezza alla Grande Dea, nella forma di Varunanî che in lingua pâli, designa una bevanda inebriante e una donna inebriata. Bere Devî Vârunî significa bere tali bevande. La dea è associata ad esse, la donna incarna rapimento ed ebrezza, tanto che nel rituale segreto della Via Della Mano Sinistra, si associa il rapporto con la donna a quello delle bevande inebrianti.

Ratî, compagna del vîra, colei che è l’ebbrezza.

A livello iniziatici, il vero siddha può usare nel rito qualsiasi donna di qualunque casta, e nei testi tantrico-vishnuiti, prostitute e devadasi.



Qui la donna non ha valore come tale, ma in relazione alla forza elementare di cui dispone o può ricevere, un fluido combustibile per un processo di arsione. Nel tantrismo vishnuita è ratificata l’irregolarità, nell’unione di Krshna e Râdhâ, coppia che viola l’amore coniugale, nell’amore parakîyâ, che non è amore per la propria moglie ma una graduazione della nudità della donna quando viene usata.



Nelle pratiche viene detto che la giovane, prima di essere usata, va consacrata: iniziata istruita nell’arte delle posizioni magico-rituali, il suo corpo va reso vivente con la tecnica del nyâsa. Così la donna, è ratî, çakti, mudrâ (posizioni tenute a provocare stato fluidico), è lâta (pianta rampicante), posizione in cui la donna si avvinghia all’uomo seduto, ed è lei ad avere la parte attiva nell’amplesso. Nello iata-sadhana, una fase preliminare (dhyâna) ha per oggetto la visione delle âsana rituali della coppia divina: Siva unito a Çakti-Kâlî. La giovane va amata secondo il rito. Prima deve essere pûiyâ e poi bhogyâ, cioè prima adorata e poi posseduta e goduta. L’adorazione varia a seconda dei livelli: se magico-iniziatico, essa va animata e resa proiezione di un immagine per mezzo della fantasia, fino a evocazione o chiamata del devatâ nella persona, corpo e carne della giovane. Il procedimento è detto dropa, ossia imposizione di una natura diversa all’oggetto benchè forma e sembianze sensibili restino la stesse. È temporanea transmutazione della donna, abitata ora dalla donna assoluta.

È vidyâ (sapienza che risveglia e trasfigura), allusioni alla donna quale guru, iniziatrice della conoscenza trascendente, come nei Misteri della Donna,attestati nell’antico Occidente e in relazione alla prostituzione sacra esercitata nei santuari della Grande Dea. Qui l’uomo, unito alla donna partecipa al sacrum, e il tema dell’incesto ci ricorda che non esiste preminenza femminile.



Nel tantrismo siva è capace di azione solo se vivificato dalla Sakti. La yoginî, compagna del vîra, ha il potere di liberare l’essenza dell’Io.

Durgâ è la dispensatrice di buddhi e la donna contiene potenzialmente questo principio che essa lascia agire assiem all’ebrezza e all’estasi che procura. Così nei Tantra buddisti, prajnâ ha lo stesso significato di vidyâ, vengono presentati buddha che conseguono l’illuminazione grazie al congiungimento con una giovane donna, e nel mahâsukha-kâya, Buddha è abbracciato dalla Sakti Târâ: inseparabile da lei, grazie all’estasi di cui essa è fonte e alla potenza creatrice di cui è l’origine, solo in esso i buddha trovano possesso del buddhatva.

Vajrayâna e Mahâyâna, per la realizzazione, richiedono l’amplesso di prajnâ e upâya: conoscenza illuminante femminile e potere operante maschile). L’unione sessuale è vajrapadmasamskâra (samskâra= azione, operazione magica; vajra e padma, organi sessuali), generatrice dell’esaltazione e dell’estasi che rende vivente e illumina l’Io dell’uomo, potenziale portatore del diamante-folgore (matrice del vajra). Questa madre è anche la donna con cui ci si congiunge, che si possiede in unione incestuosa e assorbita.



Dal punto di vista interno, l’amplesso ha 2 fasi: la femmina lunare acquista il sopravvento sul maschio solare, lo assorbe e lo fa sparire in sé; poi è il maschio ad affermarsi, a montare sulla femmina e a ridurla alla propria natura (madre che genera il figlio e poi viceversa).

In termini tantrici significa che la Çakti passa nella forma di Civa, diviene cidrûpinî-çakti (fase ascendente). la ‘Donna assoluta’ portata da un desiderio elementare, presa dalla stessa forza scatenata che nell’amplesso cerca il vajra-sattva, il principio maschio la placa, ne risolve la fiamma in fredda pura luce.



La femminilità è da ridestare nella sua pura qualità saktica (forza primordiale) che debba agire come qualcosa di pericoloso (uso della donna come acqua corrosiva) e disgregatore, quest’è l’essenza della Via della Mano Sinistra: cercare situazioni dissolutive, tossiche, per trarne un esito di liberazione. Per queste valenze della donna e la natura degli stati suscitati dal congiungersi con lei, a chi segue la via ascetica in senso stretto il tenersi lontani da essa è precetto categorico.

Il Kulârnava-tantra dice: “Coi sensi dominati, distaccato, impassibile di fronte alle coppie degli opposti, saldo nel puro principio della sua forza, con tale disposizione, il vira pratica il pancatattva, fermo di mente e di volontà, i sensi soggiogati in tutti gli stadi della passione (rasa), suscitati dall’amplesso”.

La tendenza congenita del pacu a perdersi nel piacere fisico bramoso (voluttà), si neutralizza nella purità dei sensi.



Il vira deve essere refrattario all’ipnosi, per evitare una fascinazione deleteria nell’incontro con la donna saktizzata e la possibilità di una corrispondente caduta. Il corpo deve essere reso forte con yoga fisico, ad evitar cadute di resistenza. L’uomo dovrebbe dormire insieme alla giovane che intende usare, senza toccarla, occupando un giaciglio separato, per 4 mesi; poi dormire insieme a lei standole a sinistra, egualmente per quattro mesi, e per ancora quattro mesi stando alla sua destra, sempre senza contatti. Solo dopo ciò dovrebbe aver congiungimento magico con la donna nuda, in due fasi: un amplesso sottile senza contatto con la donna-dea fatta oggetto di adorazione, e l’unione sul piano corporeo conforme al rito.



L’addestramento alla padronanza di sé stando vicino alla donna ha precisa ragion d’essere.

Nell’hatha-yoga il congiungimento sessuale è un mezzo per provocare una rottura violenta di livello della coscienza e un’apertura sulla trascendenza quando l’amplesso segue un particolare regime: inibizione dell’eiaculazione da parte dell’uomo: bodhicittan notsrjet. L’orgasmo è staccato dalle sue condizionalità fisiologiche e l’apice di esso, che nell’uomo coincide con la crisi eiaculativa, si trasforma in folgorazion che spezza il limite della coscienza finita e conduce alla realizzazione dell’Uno.



Hathayogapradipika include procedimenti ausiliari come la sospensione del soffio, (khecarî-mudrâ) così l’emissione del seme non avviene anche se abbracciati da una giovane ardente. Anche se il fluido è disceso nell’organo sessuale, lo yogî può farlo riascendere e riportarlo al luogo suo mediante la yoni-mudrâ. Il bindu[29] che sta per versarsi nella donna, mediante uno sforzo estremo deve essere costretto a riascendere. Come il bindu versato conduce alla morte, così il bindu trattenuto conduce alla vita». Un aiuto è dato da una donna addestrata con lo stringere la propria yoni al lingam, quasi a strozzarlo, al preannunciarsi della crisi eiaculativa. Non è facile, anche nel caso di muscoli sviluppati della yoni (constrictor cunni).

L’inibizione della emissione del seme realizza la bindhu-siddhi, la padronanza dell’energia che vi è contenuta, l’ambrosia che scende dal centro della fronte e viene divorata e arsa come seme. Non si tratta del procedimento meccanico di trattenere una sostanza organica e di dirigerne il movimento negli organi fisici, ma di un’azione interiore avente per oggetto la forza che si traduce (precipita e degrada) in seme; azione il cui scopo è sospendere tale precipitazione e portare ad agire la forza già in moto, su un piano transfisiologico. D’aiuto il mudrâ della sospensione del soffio nell’apice dell’amplesso quando tutte le condizioni materiali e emozionali per la precipitazione del bindu già in moto sono presenti.

L’amarolî-mudrâ, è il gesto equivalente per la donna: sospensione e ritenzione di qualcosa di non materiale. Un desiderio per la donna estremamente intenso, ha per effetto la non eiaculazio. Avviene uno spostamento della coscienza sul piano sottile, una transe che provoca un distacco delle energie dal piano fisiologico e può impedire l’eiaculazione.[30]



Arrestata la caduta del seme-bindu, viene poi stabilizzato, trasfigurato, in modo transe-attivo (stato immobile in cui trapassa quello agitato, od orgastico). Stato che dura a lungo: “come un fuoco non-generato è sempre presente che si manifesta nell’una o nell’altra combustione, così una voluttà non generata, nell’amplesso della coppia divina si manifesta ridotta e momentanea negli umani”.



L’amplesso magico, attira e fissa tale piacere nella forma trascendente, priva di inizio e fine.

In luogo del cadere, uomo e donna, in stato samarasa (identità di godimento, fusione) del principio maschile nella çakti della donna usata a livello yoghico, si mira a vivere ciò che è primordiale, non condizionato: sahaja, nome che Kânha (tarda scuola madhyâmika) diede a una scuola: Immobilizzare il re dello spirito mediante l’identità di godimento nello stato del non-generato nel superamento del tempo e della morte. L’unione sessuale trapassa nell’unione di padma (conoscenza illuminante, organo e fluido femminili) e vajra (spirito attivo e organo maschile) avente per risultato la vacuità. In pratiche simili, si passa attraverso la morte per giungere alla vita, si conosce la morte nell’amore, su un piano operativo oggettivo. In fondo si tratta di far agire in pieno la trascendenza che si cela in ogni forma di amore sessuale intenso.

Nel momento in cui, unito ad una donna, il pacu, subisce il piacere, vive l’affioramento di quella trascendenza come spasimo che lede, violenta e dissolve l’essere interiore (voluttà),

(Venere a Roma, è detta Ara voluptas)

l’iniziato provoca un corto circuito folgorativo: L’arresto del seme e del soffio uccide il manas, subentra lo stato di transe attiva col flusso che risale la corrente di là dalla condizionalità umana; risali-corrente designa la pratica.



Dice Shahidullah a Kânha: Il supremo, grande godimento è il passaggio dal pensiero al non-pensiero allo stato non-generato, quan soffio e pensiero sono soppressi nel samarasa. Questa gioia dell’annientamento dell’Io la si può raggiungere nell’unione sessuale, nello stato di identità del godimento o ananda quando cakra e rajas vengono immobilizzati.



Il rituale col sesso provoca, come nell’hatha-yoga, l’arresto delle due correnti idâ e pingalâ e ascesa della forza lungo la direzion mediana.

La pratica va eseguita soltanto nel cuore della notte con mantra e immagini. Il mantra dato dai testi induisti è quello di Kâlî: KRIM

L’imagine-base nella pratica è quella della dea che si manifesta nella ratî (donna ebrezza).

Le imago rimandano a figure culturali, così il loro potere suggestivo e suscitativo è legato a tutta la tradizione locale, indo-tibetana.



L’immagine di Kâlî nuda, contornata in fiamme, con la chioma sciolta, la collana delle teste recise, che danza selvaggiamente sul corpo immobile di Civa, evoca qualcosa di ardente e di scatenato. La donna deve essere realizzata come fuoco (yoshâam agnim dhyâyîta). Una volta consumato il combustibile, passa allo stato sottile, sciolto dalla forma manifestata; allora la Çakti che abbraccia Siva si fa una sola cosa con lui (punto di rottura) nel senza tempo del climax sessuale, dalla eiaculazione del seme entro la donna.



Viparîtamaithuna nell’iconografia è l’amplesso della coppia divina: la donna è avvinghiata all’uomo seduto, e compie i movimenti.

L’esperienza vissuta dalla donna, a livello di orgasmo collettivo, promiscuo o ritualizzato,

è di egual partecipazione.

Il rajas della donna è una forza da arrestare nel punto in cui si perderebbe in orgasmo, esso alimenta lo stato di samarasa, il quale, risulterebbe sincopato qualora la donna si tirasse indietro, non meno che nel caso in cui essa venisse stroncata da orgasmo sessuale.

L’iniziativa della donna non deve pregiudicare il suo potenziale di combustione. Il vira, attestato il seme, assorbe il rajas della donna di cui ha provocato l’emissione e se ne nutre.



Ad avere la parte principale sono Yidam, immagini realizzate. L’uomo deve immaginar di essere morto all’esistenza presente e che, come seme fecondatore, penetri nella matrice sovrannaturale o garbhadhâtu. In via preliminare, in contemplazione, avrà rievocato il processo che conduce ad una nascita umana. Ciò, in séguito, orienterà le forze interiori in gioco. Il processo di ogni concepimento è questo: antarâbhava, quando un uomo si accoppia con una donna, desidera la donna, si identifica con colui che sarà il padre e nella crisi orgastica entra il lei convogliandosi nel seme.

Questa pratica del tantrismo buddhista pone l’idea di una rigenerazione de realizzare con le forze che intervengono nella congiuntura che dà luogo al concepimento e ad una nascita fisica umana. Il praticante cerca di riprender contatto con tali forze e, dopo averle legate ad immagini trasformatrici, ripete l’atto procreativo per una generazione che sarà trascendente e spirituale; è un distruggere la propria nascita ripetendo il «dramma» che l’ha determinata in un atto in cui all’antarâbhava samsârico si sostituisce un principio Buddha o Siva, e in cui nella donna terrestre che si possiede si evoca e si fa vivere Târâ.

Il principio è quello di suscitare ed assumere le forze del «desiderio» al fine di usarle per distruggerne la natura originaria.

Così alla pratica che usa ed esaspera la forza elementare della brama sessuale, viene associato il mito di Siva quale asceta delle altezze montane che fulmina col suo occhio frontale Kâma, dio dell’amore bramoso.

Il praticante che suscita la forza del desiderio e nell’amplesso fa japa (risveglio di mantra) con una giovane çakti nuda, diviene in terra il distruttore del dio dell’amore, Siva stesso che annienta Smâra, il dio della brama, col fuoco del suo occhio frontale quando questo dio, cercando di suscitare in lui il desiderio, tentò di farlo venir meno al suo yoga. Tali pratiche hanno potere catartico che liberano il kaula da ogni colpa, una via per realizzare juvanmukti, la liberazione già da vivi.

Idem nel tantrismo buddista, si giunge a concepire Buddha che vince Mâra (Smâra),

il dio della terra e del desiderio, conquista la conoscenza trascendente e forze magiche.



A differenza dei vîra dell’esperienza orgiastica promiscua dei circoli, a livello yoga è possibile, che l’operazione di magia sessuale dischiuda la coscienza in un apertura quasi traumatica sull’incondizionato; una volta giunti a tanto, usando donne, si può andar oltre, abbandonando la pratica o ripetendola solo in determinate circostanze. Così il Vajrayâna presenta figure di siddha che, praticato il rito sessuale e averne colto il frutto, si allontanano dalla donna, prescrivono continenza sessuale e annunciano una dottrina austera.

Un siddha giunto al termine della via, può eventualmente usare ogni donna che vuole, dato che è libero di far tutto, non conosce interdizioni, nel piano della libertà interiore.

Il Kaula, maestro nel pancatattva, assoggetta ogni potere innalzandosi su ogni sovrano e apparendo, in terra, come un veggente.



[19] “Te sconocchio” significa: ti rompo le ossa. Presso i Maya, nel solstizio d’inverno, le nonne davano lezione di filatura alle giovani, per sollecitarle a divenir buone partner sessuali.

[20] Nella macerazione, sale aria fetida che rende fiumi e laghi scenari per saghe e leggende.Il fusto separato (cannuccio), è usato come fiammifero per nutrire il camino, prelevando la fiamma dal fuoco del vicino. La separazione delle varie fibre (acciaccatura e cardatura), a mezzo di pettini a denti diversi, dà 3 tipi; dai cardi più grandi, si ricava la stoppa funi corde.



[21] Cannabis sativa (urticales), inglese: Hemp. Pianta annuale, con fusto alto fino 4 m, di solito dioica, i fiori maschili formano infiorescenze ascellari (pannocchie), il frutto ovoidale, con solo seme, è detto canapuccia. Originaria delle regioni nord e sud dell’Himalaya, si adatta a svariati habitat, introdotta in Europa dal II millennio a.C. in Cina è coltivata dal più lungo tempo, segue India, Balcani e Russia. Coltura da rinnovo, non teme infestanti poiché competitiva. Raccolta a mano per la raccolta di fibra per tessuti, cordami, carte, filtri e isolanti termo acustici. La varietà indica, color verde intenso, bassa statura, aspetto foglioso, steli vinosi e semi piccolissimi scuri, è originaria del Kafiristan sud Hindukush; fornisce fibra mediocre ma, speci in Cina, è coltivata per l’estrazione di medicine: dalle estremità fiorite si estrae l’hascisc, mentre le foglie secche formano il bhang.



[22] La storia del misticismo edonistico, d'Oriente e Occidente, non potrà mai essere scritta in toto, perché i devoti del Tantra e dei culti europei consimili, hanno mantenuto la segretezza sulla loro attività e perché secoli di persecuzione intermittente, hanno distrutto documenti e prove. In India, tale persecuzione raggiunse l'apice nel XIII secolo, quando fanatici capi musulmani, scossi da ciò che consideravano vizio e corruzione associati al Tantra, uccisero i devoti del culto e bruciaron intere biblioteche. Risultato di questa e successive persecuzioni, è che non ci sono pervenuti i primi libri tantrici induisti e buddhisti. Le origini del Tantra van fatte risalire a tre filoni: una reazione culturale dravidiana contro le credenze dei dominatori ariani dell'antica India, espresse nei Veda; influenze di tecniche sciamaniche comportanti l'uso di droghe come mezzi di apertura della coscienza; infine, a un ricordo delle stesse tecniche sciamaniche ariane, accennate nei Veda e riferite al Soma quale cibo degli Dei e degli umani in comunione con loro.

[23] L’aiutante preferito di Crowley era la mescalina, che egli affermava di aver introdotto in Europa; la includeva fra gli ingredienti della "coppa d'amore" che somministrava ai partecipanti ai riti di Eleusi, da lui celebrati nella Londra edwardiana.

[24] Pancatattva (varianti buddiste, sivaite e vishnuite) è un rituale riservato ai soli vira, da non far conoscere ai pacu, per ciò che riguarda le bevande inebrianti e la donna.

[25] l’Atharva Veda cita il bhang assieme al soma, come parte delle cinque piante usate a quei tempi per la liberazione dalla sofferenza.

[26] A differenza di quanto negato dai moderni swami e maestri di yoga, l'uso di droghe nello yoga è molto antico e si sviluppò appieno nelle pratiche yogico tantriche. Nel Bengala, dove raggiunsero il culmine, la Cannabis stessa veniva chiamata siddhi. Lo yoga del sesso fiorì nel tardo periodo vedico parallelamente allo yoga inebriante.



[27] l’India è prevalentemente vegetariana e l’uso delle bevande inebrianti è limitato. Il vîra fruisce delle cinque sostanze per assorbire e trasformare le forze dei cinque soffi. Ogni funzione organica ha controparte in una forma di questa forza. Quando l’organismo ingerisce una data sostanza, l’una o l’altra corrente del soffio viene dinamizzata favorendo l’affiorare o lampeggiare di forme sottili di coscienza nella massa della subcoscienza organica.

Simili esperienze sono agevolate se si usano stati in cui, potenzialità nel corpo sono portate ad un certo grado di instabilità per mezzo di adeguata eccitazione.

L’etere corrisponde alla partecipazione della donna e al soffio del prâna aspirante, assorbente, corrente sottile solare che dalle narici scende fino al cuore; l’aria alle bevande inebrianti e al soffio apâna, corrente che dal cuore scende in basso, con azione opposta all’unificazione, un peto che discioglie; il fuoco è alla carne e al soffio samâna, corrente delle assimilazioni organiche che agisce alterando e fondendo; l’acqua è al pesce e al soffio udâna, fluido delle emissioni; la terra è al cibo farinaceo e al soffio vyana, corrente fissativa, incorporativa, sensazione di peso del corpo.

Secondo coloro che praticano, nel rapporto con la donna la percezione sarebbe come di qualcosa che si spezza e si stacca; per le bevande inebrianti, senso di dilatarsi e volatilizzarsi, disgregarsi; per il nutrimento, senso di essere feriti. La veduta della Via della Mano Sinistra è: trasformare il negativo in positivo. Se si possiede una forza pura e distaccata, proprio gli stati dissolutivi possono sciogliere e favorire un trascendimento..



[28] Sono attestati casi di cakra del genere convocati a fini puramente operativi: ad esempio, per propiziare l’esito positivo di spedizioni progettate da un sovrano.

[29] bindu (punto), nella metafisica tantrica, può significare sperma; vajra il linga, rajas il fluido femminile, mudrâ la donna, padma la yoni. Un significato non esclude l’altro, si riferisce a piani diversi fisico e astrale.



[30] l’incapacità di raggiungere la crisi eiaculatoria è attestata nell’uso di droghe, poiché provoca una trance astrale.

[31]dal greco theos (divino) e horao (vedere), la contemplazione (theòria o gnosis) è lo sforzo continuo di vedere la divina essenziale realtà in tutto ciò che esiste.



[32] gli anacoreti egiziani hanno inventato le giaculatorie, orazioni di bontà, brevi e semplici che ripetute spesso, creano stabile disposizione, sincronizzando coi battiti del cuore.


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