Calabria, tappa finale di un intrigo planetario

“L’intreccio tra rifiuti radioattivi e armi salda corporations internazionali. Si propone a un paese la fornitura di armi in cambio della disponibilità ad offrire siti dove smalitire rifiuti radioattivi, una formula commerciale che ha riscosos molto successo. In Calabria i soggetti coinvolti in un traffico di armi simile sono l’Est Europa e le cosche mafiose”. Con queste parole Nuccio Barill?, presidente di Legambiente Calabria, spiega un fenomeno inquietante che ha come confini l’intero pianeta.

I traffici internazionali di rifiuti radioattivi sono da anni al centro delle preoccupazioni degli organismi internazionali. Ta il 1992 e il 1998 sono stati attestati in Europa 173 casi di traffico illecito di materiali nucleari e fonti radioattive. La ndrangheta era solo il service di un’attivit? il cui motore andava ben oltre la Calabria. Sulla questione dei rifiuti radioattivi ha operato una holding nazionale, con la complicità di molti Stati – soprattutto paesi dell’Unione Sovietica e Africa – destinati a diventare i nuovi cimiteri dei rifiuti radioattivi. Si tratta di storie vecchie che tornano alla ribalta. Speriamo che questa volta, dopo le dichiarazioni del pentito Francesco Fonti, si arrivi a un punto di svolta delle indagini”.

Legambiente già nel 1994 aveva presentato un esposto dal quale emergeva un traffico presunto di rifiuti radioattivi dal Nord Europa verso alcune zone della Calabria. Alcuni rifiuti sarebbero stati interrati nelle cave delle montagne dell’entroterra, mentre altri rifiuti sarebbero stati inabissati attraverso le cosidette navi a perdere. Non solo. L’Odm – la società di proprietà del faccendiere Giorgio Comerio oggi al centro delle inchieste – si sarebbe appropriata di un progetto internazionale mirato allo smaltimento delle scorie radioattive finanziato da diversi Stati con un investimento di 130 milioni di euro. Paesi aderenti all’Euratom, coadiuvati da scienziati statunitensi e giapponesi, di fronte alla difficoltà di risolvere il problema dello smaltimento delle scorie avevano sondato la possibilità di smalitre i rifiuti inabissandoli nei fondali marini, attraverso dei penetratori che si conficcavano sotto i fondali. “Questa ipotesi ? stata portata avanti per dieci anni, prima di rendersi conto che andava a contrastare con le convenzioni che proibiscono il dumping in mare” spiega Barillà. “Il progetto è stato abbandonato ma Comerio, che ne faceva parte, si impossessò del progetto e nonostante le diffide lo trafugò. Fu cos? che divenne un noto smaltitore di scorie”.

“Noi da 15 anni cerchiamo di fare emergere la verità. Ora c’è la prova provata, la conferma che quei bidoni corrispondevano ai bidoni delle scorie, che le parole del pentito? Francesco Fonti sono vere” conclude Barillà “adesso occorre un’indagine precisa su tutte le navi e i siti emersi negli anni delle inchieste. Per ora la risposta del governo è stata inadeguata. Non è vero che non esistono strumentalizzazioni disponibili al momento. Abbiamo il diritto di sapere se c’è un pericolo per il nostro mare e per la nostra salute”.

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