Amnesty: la pena italiana

Lunedì 30 Maggio 2011 23:00



di Michele Paris

Il rapporto annuale di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo contiene una corposa sezione dedicata al nostro paese. Il quadro che ne emerge appare a tratti inquietante. Le preoccupazioni della autorevole ONG per l’Italia riguardano in particolare le continue discriminazioni nei confronti dei migranti, dei rom e degli omosessuali, ma anche i maltrattamenti e i decessi di detenuti. Il tutto in un clima di crescente intolleranza alimentata dagli esponenti del mondo politico.

Il cinquantesimo rapporto di Amnesty è stato pubblicato di recente ed è basato sull’analisi delle restrizioni poste alla libertà di espressione in 90 paesi, di casi di tortura in cento paesi e di processi considerati iniqui in 54 paesi.

La prima parte del capitolo riguardante l’Italia riassume i giudizi espressi da vari organismi internazionali sulla condizione dei diritti umani nel nostro paese. La visita da parte dell’alto commissario dell’ONU per i diritti umani ha così sollevato preoccupazioni per il fatto che le autorità italiane considerano i rom e i migranti come “problemi legati alla sicurezza”, tralasciando invece la ricerca di metodi che favoriscano il loro inserimento nella società.

Di seguito vengono citati i rapporti della Commissione per la Prevenzione della Tortura presso il Consiglio d’Europa e del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. In essi viene evidenziato il rifiuto da parte delle autorità italiane di introdurre il reato di “tortura” nel nostro codice penale e di abolire invece quello di “immigrazione clandestina”.

Oltre al sovraffollamento delle carceri, si ricorda poi la condanna da parte dello stesso Consiglio d’Europa delle intercettazioni dei migranti in mare e il loro forzato respingimento verso la Libia o altri paesi extra-UE. Una pratica questa che viola apertamente la proibizione, come riconosce il diritto internazionale, di rimandare qualsiasi individuo in un paese dove esistono seri rischi di violazione dei diritti umani.



Nel capitolo riguardante le pratiche discriminatorie, viene evidenziato come siano i rom a subire il trattamento peggiore. I loro diritti all’educazione, all’alloggio, alle cure sanitarie e al lavoro risultano sistematicamente calpestati. A ciò vanno aggiunte, secondo i ricercatori di Amnesty, le dichiarazioni provocatorie da parte di “alcuni politici e rappresentanti di varie autorità” che contribuiscono ad alimentare un clima d’intolleranza non solo verso i rom, ma anche gli immigrati, gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Per contrastare questo clima, lo scorso mese di agosto è diventato operativo l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli Atti Discriminatori (OSCAD), un organo della polizia che dovrebbe incoraggiare e semplificare le denunce da parte delle vittime di atti discriminatori.

Sempre per quanto riguarda i rom, vengono ricordati i numerosi sfratti che hanno luogo in tutto il paese e che provocano la disgregazione di intere comunità e rendono impossibile l’accesso al mondo del lavoro e alla scuola. In particolare, Amnesty ricorda il “piano nomadi” del comune di Roma, iniziato nel gennaio 2010 e la cui implementazione ha “perpetuato una politica di segregazione ed ha causato un peggioramento delle condizioni di vita” per molti rom.

Sul fronte delle discriminazioni LGBT, continuano gli “attacchi omofobici”. Inoltre, a causa del vuoto legale esistente in Italia, alle vittime di crimini motivati da discriminazioni circa l’orientamento e l’identità sessuale non viene garantita la stessa protezione di cui godono gli altri cittadini.

Estremamente preoccupanti sono anche le carenze che riguardano i diritti degli immigrati. Per cominciare, le procedure per l’ottenimento dell’asilo non sono facilmente accessibili. Le autorità, inoltre, non proteggono adeguatamente i migranti, così che questi ultimi sono esposti a violenze razziste. Anche in questo caso è evidente lo scadimento di una classe politica, che in maniera ingiustificata associa automaticamente l’immigrazione al crimine, contribuendo alla xenofobia e all’intolleranza diffusa.



L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e le ONG avevano poi espresso tutte le loro preoccupazioni per i trattati tra Italia, Libia e altri paesi nordafricani per il controllo dell’immigrazione. Una situazione che ha negato a centinaia di richiedenti asilo - inclusi bambini - l’accesso alle procedure di protezione previste dal diritto internazionale.

Oltre ai noti fatti di Rosarno del gennaio 2010, viene citato un episodio dello scorso ottobre, quando un’imbarcazione con a bordo 68 persone venne respinta e fatta tornare in Egitto senza aver concesso ai migranti la possibilità di chiedere eventualmente asilo.

Come altri paesi africani, asiatici e dell’Est Europa, anche l’Italia è stata inoltre teatro delle cosiddette “extraordinary renditions” della CIA. Il riferimento è quello del caso Abu Omar, il cittadino egiziano rapito illegalmente in una strada di Milano nel febbraio del 2003 da agenti statunitensi e italiani e quindi trasferito nel suo paese d’origine per essere interrogato sotto tortura. Se gli agenti americani sono stati condannati in absentia, per quelli italiani la giustizia si è fermata di fronte al segreto di stato posto dal nostro governo.

Numerosi sono anche gli episodi di maltrattamenti ad opera delle forze di sicurezza dello stato. Per Amnesty International persistono le preoccupazioni per la mancanza di indipendenza e imparzialità degli organi preposti alle indagini. Per i decessi in carcere sono emersi dubbi sulla raccolta delle prove circa le responsabilità dei funzionari implicati, tanto questi ultimi rimangono spesso impuniti. I casi più eclatanti citati da Amnesty sono quelli di Federico Aldovrandi, Aldo Bianzino, Stefano Cucchi e Giuseppe Uva.

Il rapporto sull’Italia si chiude con le vicende legali seguite ai fatti del G8 di Genova del 2001. Nonostante le condanne emesse dal processo di secondo grado, molti degli imputati hanno potuto beneficiare della prescrizione. “Se l’Italia avesse introdotto il reato di tortura nel suo codice penale”, fa notare Amnesty, “la prescrizione non avrebbe potuto essere applicata”.

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